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The LEGO movie (2014) di Lord e Miller

Animazione immensa, sceneggiatura da Oscar (non credo nel premio dorato, ma credo di aver reso l’idea), personaggi caratterizzati come si deve, colpi di scena efficacissimi e solo quando servono: questo è il miglior modo per avvicinare i bambini al Cinema (notare la maiuscola) oppure per tornare a sentirsi bambini per 100 minuti.
Riconosco di aver comunque pagato per guardare un immenso ed infinito spot pubblicitario, ma essendo del prodotto che ha segnato la mia infanzia mi va più che bene.
L’animazione in stop-motion mi ha sempre attratto in maniera particolare, i minimovie che si trovano e trovavano inrete fatti coi LEGO ancor di più; trovarli insieme è l’estasi, per me la chiave di volta di ogni film in stop-motion, la pellicola a cui chiunque voglia fare un film in stop-motion dovrà fare riferimento. Le esplosioni, le nuvole, il fumo, l’acqua e le fiamme sono qualcosa di eccezionale, per non parlare poi del fatto che i mastri costruttori siano in grado di costruirsi quel che gli pare utilizzando i pezzi di LEGO che trovano nelle città (vera chicca che strizza l’occhio a chi, da piccolo, non seguiva solo le istruzioni). Tranne qualche genialata (notabile solo per chi coi LEGO ci ha giocato e ha provato a farci la qualsiasi) l’animazione non innova, non stravolte il panorama del cinema mondiale, però è ben fatta, molto ben fatta.
“La trama è semplice” {{citazione necessaria}}, e può sembrare banalotta: Emmet è il classico signor Bianchi, anonimo operaio, che segue le regole ed è educato e passa totalmente inosservato nel suo piccolo mondo, finché non viene scambiato per “quello speciale” e allora cambia tutto, ma poi tutti vedono che non è quello speciale, e allora lui, con la sua banalità, dimostra la sua unicità. Il bello del film non è il COSA ci viene raccontato, ma il COME: comicità continua, movimenti esilaranti dei personaggi, una serie di personaggi (da Milhouse a Gandalf, da Silente/Silenzio a Batman, passando per Lanterna Verde e un poliziotto metà buono e metà cattivo) perfettamente raccontati, ognuno con un suo ruolo ben definito, ma che è pure perfettamente inserito nel complesso. I richiami sono a tutta la cultura pop degli ultimi 20/30 anni, senza scadere nel contemporaneo, che magari oggi potrebbe strappare una risata in più, ma che col tempo farebbe sembrare datato il film.
Il finale è buonista, la morale è semplice, ilm film tende a far vincere il buono e perdere il cattivo, però qui è fatto con stile, con sapienza cinematografica, con un colpo di scena sul finale che lascia quasi con l’amaro in bocca, strappando comunque un sorriso.
Degni di nota anche i titoli di coda, che come tutto il film fanno scaturire una domanda nello spettatore: ma è vero o digitale?
Un numero, tanto per far capire, sono stati ricreati digitalmente 3.863.484 mattoncini per fare il film, alcuni dei quali non esistono (ancora) sul mercato. Chi volesse ricreare il film dal vivo, ne avrebbe bisogno invece 15.080.330.

P.S. film rigorosamente visto in 2D

 

 

RIASSUNTO: da piccolo avevo (ed ho tutt’ora) una scatola piena di questi meravigliosi mattoncini; con l’arrivo di internet e di metacafè iniziai a vedere qualche video fatto da gente folle, che riusciva ad animare quei pupazzetti che tante avventure mi avevano regalato; ci provai anch’io, con pessimi risultati, ma con interi pomeriggi di divertimento, solo e in compagnia. Adesso arriva sugli schermi la produzione da $60.000.000. Per me orgasmo allo stato solido (a forma di mattoncino).

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Giallo napoletano (1979) di Sergio Corbucci

Solo i nomi dovrebbero bastare: Sergio Corbucci, Peppino De Filippo, Renato Pozzetto, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Ornella Muti. La scena iniziale poi, con un fermo immagine dove abbiamo Alfred Hitchcock e Totò insieme, che si scopre poi essere un manifesto che vaga per la città, ci fa capire fin da subito la cifra del film (uno spaghetti-thriller fatto a regola d’arte).

Anche la storia ha la sua parte: un professore di mandolino, costantemente squattrinato (a causa del padre accanito giocatore d’azzardo) è costretto a lavorare per le strade di Napoli. Per colpa di un ricatto si trova dentro un altro ricatto e di lì la storia ha inizio.

Storia di ricatto, d’amori, di rancori, di sotterfugi e di costante incomprensione (a volta voluta, altre no) tra tutti i personaggi. Il film è riuscito: fa ridere quando deve, soprattutto con Pozzetto, ma anche con Mastroianni (con lui è più un riso amaro), e riesce anche a tenere sulle spine con gli inseguimenti, sia a piedi che sulle auto, girati e montati alla perfezione. In più la trama, complessivamente affascina, appassiona e rapisce, lo spettatore è attratto in questa rete di truffe, fregature, incomprensioni, amori, tradimenti, e si vuole arrivare alla fine per capire, per riuscire a decifrare, a stanare il vero cattivo, e riuscire anche a capire se il nostro protagonista è il vero buono o meno.

Il finale buonista risolve un pò un film a tinte scure, che però ha il pregio di dipingere una Napoli reale, dove gli eroi non volano dai tetti, e dove i cattivi non dispongono di armi nucleari: minacce fatte coi coltelli, fughe a piedi sui tetti risolti grazie ad una rete lanciata in testa all’inseguitore. Tutto questo da al film un’aria di realtà, di verosimiglianza che non dispiace, e che porta lo spettatore a rispecchiarsi subito nel protagonista, che diventa investigatore come in molti film di Hitchcock, ma che non ha alcuna dote particolare, se non una estrema perseveranza nel cercare la verità (spinta dalla promessa del maestro di offrirgli un posto nella propria orchestra).

La fotografia (di Luigi Kuveiller, e si vede (forse a causa sua il “riferimento” del titolo?)) è perfetta, semplice, non invadente e non fastidiosa, e neanche esasperata o epilettica nelle scene d’azione. Lo stacco di coscia della Muti vale 1000 volte la sua intera carriera di attrice, e lì il merito è sia della Muti, ma anche e soprattutto di come la Muti viene inquadrata.
La musica potremmo dire che è una non-protagonista, ma forse è meglio dire che è co-protagonista, perché ha un ruolo non indifferente all’interno della storia; e qui Riz Ortolani ci fa dono di una colonna sonora non indimenticabile, ma comunque molto efficace (la musica è presente in tutta la pellicola, ma solo prestando molta attenzione la si può sentire, accompagna il tutto senza infastidire o intralciare).

Unica pecca: le scenografie non rispecchiano l’aria di festa dell’ambientazione (perché farlo proprio a natale? fatelo in un periodo qualsiasi, un concerto ci può stare sempre, e anche una festa qualsiasi all’ospedale psichiatrico si poteva fare).

Il titolo è esplicativo e riassuntivo di un film che racconta una storia gialla a Napoli: GIALLO NAPOLETANO.

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Robin Hood – Men in tights (1993) di Mel Brooks

Un solo nome: Mel Brooks.
Per me il re delle parodie, perché non solo riesce a fare belle parodie, ben fatte, ben strutturate, con delle storie e dei personaggi che non sono macchiette come le parodie di adesso (Mordimi o Scary/Epic/Disaster movie vari), ma sono anche bei film (in alcuni casi migliori degli originali parodiati, vedi Balle spaziali).
Questo nello specifico è il penultimo della filmografia del regista di New York (si spera diventi presto il terzultimo, poi il quartultimo, etc etc etc) e si vede che le idee scarseggiano alcune scene si ripetono, e abbondano le autocitazioni (sempre piacevoli per il melbrucchiano D.O.C.). La pellicola non è la migliore di Brooks, ma sicuramente intrattiene e diverte, senza obbligare lo spettatore a “staccare il cervello”.
Il film in questione è la parodia del film di Kevin Reynolds (una delle battute è che il nostro Robin Hood non ha ballato coi lupi), con un Robin che riesce a scappare, grazie a Starnuì, da un carcere di nessuna sicurezza di Gerusalemme, e torna in Inghilterra dove il fratello del Re ha occupato illegalmente il trono vacante e fa un pò ciò che gli pare, grazie anche all’orrido sceriffo di Ruttingham.
Gli attori sono tutti spettacolari, tra tutti spiccano Amy Yasbeck (la mamma di Piccola peste), che interpreta una meravigliosa Lady Marian di Batman (qui il riferimento fumettistico è sottile quanto esilarante), ed un eternamente epico Mark Blankfield che ha partecipato a 54 film, ma che io ricorderò sempre e comunque per Bellosguardo; senza dimenticare la parodia del Padrino brandiano ad opera di Dom DeLuise.
Da vedere assolutamente, come tutta la filmografia di Brooks, insieme agli amici, come tutta la filmografia di Brooks.

 

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Les émotifs anonymes (2010) di Jean-Pierre Améris

Una meravigliosa storia d’amore, tra due esseri problematici, incapaci di esprimere i loro sentimenti apertamente, ma non per questo incapaci di viverli fino in fondo. Sembra quasi una storia d’amore tra bimbi timidi, che non sanno cosa fare, nè come farlo, e hanno bisogno dell’approvazione di mamma per qualsiasi azione, e necessitano che mamma (lo psicologo/psichiatra/psicoassistente) dia loro dei compiti da fare, il doverlo fare, l’ordine, rende tutto più facile.
Fotografia banale, che non si sofferma, come potrebbe, sul cioccolato, sulla creazione di questa meraviglia, sugli ingredienti, sulle reazioni che scatenano profumi e aromi, creando questo meraviglioso e succulento dolciume; musiche poco incisive; la fotografia è semplice e sembra quasi distaccata dagli eventi che racconta (raccontandoli comunque in maniera eccelsa).
Gli attori sono perfetti nei loro ruoli, sia i due protagonisti, che tutto il resto del cast che fa da accompagnamento a questo pasticcino della cinematografia contemporanea.
La sceneggiatura è perfetta, principalmente per due motivi: 1. ci fa immedesimare in maniera spaventosa con i due protagonisti (chi di noi non ha mai sofferto di problemi di emotività trovandosi davanti un partner?) e 2. pur col suo finale buonista, ci fa capire che ogni momento di gioia nella vita, va sudato e guadagnato.
Piacevolissima commedia, romantica ma non mielosa, dolce ma non stucchevole. Scontata nell’evoluzione della storia, ma con un finale a dir poco geniale.

 

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American hustle (2013) di David Owen Russell

Si continua con le recensioni di gruppo, è divertente farle, soprattutto dopo una visione di massa al cinema di martedì con biglietto scontato e sala vuota dove era possibile praticare il rutto libero durante la visione. Ah la V mancante in questa recensione è la stessa V mancante nella recensione precedente.

Prima delle risposte (come sempre) una brevissima, sintetica e minuscola presentazione di ognuno:
Pietro: 25, uomo, studenteincercadilavoropartime, pizza con kebab
Elisa Z: 24, donna, studentessa, parmigiana di melanzane
Erica C: 21, donna, studentessa, patate

 

1 – riassumi la trama in non più di 89 parole.
Ec: Un tizio truffatore, sposato con una ragazza figa e pazza con un figlio, incontra una ragazza figa e depressa e i due si innamorano. Un federale con manie di protagonismo prova ad servirsi di loro per incastrare altri truffatori mafiosi, ma rimane fregato, i buoni vincono, il tizio divorzia e rimane con la ragazza più figa.
Ez: Un truffatore senza scrupoli affascinato dalla bella Sydney, una donna diversa da quelle conosciute sino ad ora, instaura una relazione con lei e la fa diventare anche socia dei suoi loschi affari. Tutto fila liscio fino a quando vengono scoperti da un agente dell FBI, che in cambio di un tornaconto personale, li obbliga a infiltrarsi con lo scopo di far venire a galla un sistema di corruzione della politica unito alla mafia.
P: American asshole (la pronuncia è la stessa) è una stangata romantica buonista, infarcita di un’ipocrita critica al sistema americano, il quale, nonostante tutto, alla fine vince.
V:

2 – il film merita tutti questi premi e nominations? http://it.wikipedia.org/wiki/American_Hustle_-_L’apparenza_inganna#Premi_e_riconoscimenti
Ec: Mah, non avendo visto molti altri film in nomination non saprei fare un paragone, ma non credo possa essere un “miglior film”. Magari i riconoscimenti alle attrici però ci stanno, non erano niente male.
Ez: Tutte le nomination e i premi al momento ricevuto sono eccessivi.
P: Gli attori, protagonisti e non, son molto sopra le righe, e questo ad Hollywood piace, come piace, per ora, Jennifer Lawrence, sperando non si tramuti nella futura Meryl Streep degli Oscar. Le altre nomination, escluse quelle per la sceneggiatura e quella per il montaggio, ci stanno.
V:

3 – culi, tette e capelli, che ruolo hanno nella pellicola?
Ec: Secondo me hanno un ruolo un po’ troppo grande. Non dispiace di certo vedere le grazie di belle donne tutte sistemate, ma c’era proprio bisogno di piazzarci davanti agli occhi le tette della Adams in continuazione?
Ez: Servono a dare quel pizzico di pepe in più in una sceneggiatura poco coinvolgente e senza colpi di scena.
P: Non dispiacciono, però a volte sono esagerati e inutili, oltreché per nulla sensuali visto che abbiamo sbattute in faccia le grazie della Adams e della Lawrence praticamente per tutto il film.
V:

4 – il cast è appropriato? 
Ec: beh, sono abbastanza azzeccati, la moglie e il sindaco forse più degli altri… in ogni caso dovevano sceglierli più belli per la camera da presa!
Ez: Il grande trasformista Christian Bale salva questa pellicola, poco azzeccato Bradley Cooper per il ruolo dell agente dell FBI, Amy Adams è una bella donna.
P: Il cast è perfetto per raccontare la storia (parzialmente vera) in questo modo. Bale si conferma uno stupratore del proprio corpo, la Lawrence è follemente bellissima, la Adams riporta sullo schermo una femme fatale che mancava, Cooper inutilissimo (sarebbe stato utile, per quel ruolo, un attore più bruttino), e poi un Jeremy Renner che passa da quelle amarezze insulsa di Occhiodistronzo, passando per Hansel e Cross/Kitsom a questo, che è perfezione recitativa ed espressiva, vale da solo il prezzo del biglietto.
V:

5 – hai trovato della politica all’interno del film?
Ec: no, ma sarà perché a me la politica non interessa molto.
Ez: Quel giusto da farti capire che tutto il mondo è paese, la corruzione è presente in ogni organo delle istituzioni politiche.
P: Molta, purtroppo, e di quella brutta, doppiamente purtroppo: i buoni alla fine vincono, ed è buonismo, ma ci può stare; il vero problema è che i buoni di questo film in realtà sono delle merde, che vivono alle spalle di chi soffre e sta male: sono dei truffatori, non dei poveretti che fanno il loro lavoro, ma la peggior feccia della società che sfrutta le sofferenze altrui per vivere nel più abbondante benessere. In più il poliziotto che, seppur con un esagerato zelo e un pò di manie di protagonismo, svolge il suo lavoro al meglio, tentando di ottenere il massimo dei risultati, viene visto negativamente, e la cosa grave è che questo ci piace, ci fa felici.
V:

6 – la durata è eccessiva o necessaria per raccontare la storia?
Ec: Non saprei, ma non l’ho trovato noioso.
Ez: Durata eccessiva per una trama poco scorrevole.
P: Eccessiva, le due ore abbondanti non scorrono affatto velocemente, molti passaggi sono confusi, lenti, alcuni inutili.
V:

7 – rivedresti il film?
Ec: Come passatempo forse sì. Forse.
Ez: Solo per rivedere la scena memorabile dell’incollamento del riporto di Christian Bale.
P: No.
V:

8 – una frase, un passaggio, un dialogo ti è rimasto impresso?
Ec: “Non sei niente per me, se non puoi essere tutto!” colpisce, è la classica frasona da film, in cui poi ci ritroviamo un po’ tutti. Un’altra scena che mi ha colpita, forse anche di più, è quando la moglie del protagonista, parlando con il suo amante, dice più o meno “credo che morirò prima di riuscire a cambiare”. Altro dialogo che rimane sicuramente impresso è quello tra la moglie e l’amante di lui, dove la prima dice “Ah sono volgare dentro, ma forse tu sei volgare dentro, con i tuoi imbrogli e le altre schifezze che fai, ma forse lo siamo tutte e due, è questo che a Irving piace di noi, se non altro è coerente. Sai, certe volte nella vita tutto quello che hai sono delle bruttissime merdose alternative…” e poi bacia l’altra, rovinando, a parer mio, la scena.
Ez: Nella scena del quadro falso quando Bale dice all agente FBI: chi è il vero artista? Il pittore oppure il falsario?
P: “Le persone credono a quello a cui vogliono credere!” ripetuta più volte da Irving Rosenfeld, quasi un leitmotiv del film (un piccolo appunto: per la prima volta in italia un titolo tradotto/aggiunto è fatto bene, aggiunge qualcosa, senza però snaturare il senso dell’originale)
V:

9 – come sei entrata e uscita dalla sala?
Ec: Sono entrata con l’idea di star andando a vedere un film carino e interessante, non il film della vita o il film da oscar. Sono uscita un po’ perplessa, alcune scene mi sono sembrate inutili o esagerate e in certi momenti non si capiva cosa una scena volesse comunicare allo spettatore. Complessivamente comunque ho trovato il film gradevole da guardare.
Ez: Entrata con molte aspettative, uscita amareggiata.
P: Entrato con poche aspettative (sono andato al cinema calorosamente invitato da Ez), uscito ancor più convinto che i premi del cinema son poco utili per capire quali siano i film veramente belli dell’anno.
V:

 

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La grande bellezza (2013) di Paolo Sorrentino

fare le recensioni è come fare l’amore, in più si è e meglio è!!! Solo che stavolta, dopo una visione in diretta tramite l’asse Sicilia-Piemonte-Svezia, le recensioni/risposte non sono arrivate tutte, quindi per ora pubblico solo quelle mie e quelle del mio tecnico-a-distanza di fiducia. Attendendo gli altri, metto le loro iniziali lasciando lo spazio vuoto, sperando che tal visione possa incitarli a rispondere al più presto…

Prima delle risposte una brevissima, sintetica e minuscola presentazione di ognuno:
Pietro: 25, uomo, studenteincercadilavoropartime, pizza con kebab
Fabrizio:  24, uomo, studente, pasta

1 – Riassumi la trama in meno di 89 parole.
F: Protagonista del film è Jep Gambardella, uomo mondano (anzi re dei mondani come dice lui stesso) trapiantato a Roma da giovane. Giornalista e scrittore (scrisse un unico libro ma che ebbe grande successo), si aggira per una Roma sorniona, vista nella sua bellezza storica e architettonica. Arrivato all’eta di sessantacinque anni, è stanco di quel vuoto intorno a lui e, spinto dalla morte di alcune persone attorno a lui, decide di riprendere a scrivere romanzi.
P: uno scrittore fallito cazzeggia per Roma, altre persone cazzeggiano per Roma, lo scrittore ha amici strani e partecipa/organizza/distrugge feste strane. tanti morti, alcuni inspiegabili, riempiono la pellicola fino a farla diventare un lungometraggio.
R:
V:

2 – “con il montaggio implacabile (di Cristiano Travaglioli), la colonna sonora (di Lele Marchitelli), che stordisce con la disco music e incanta con la musica sacra, una sceneggiatura (di Sorrentino, che è un vero scrittore, e Umberto Contarello) veloce e crudele.”
da la recensione su La repubblica di Natalia Aspesi
sei d’accordo?
F: In parte d’accordo. La colonna sonora è ben bilanciata tra disco music e musica sacra, viene utilizzata quando serve ed è funzionale a trasmettere emozioni. Montaggio troppo veloce in alcuni punti. Sceneggiatura molto debole per quasi tutto il film.
P: La colonna sonora non mi è piaciuta, è caciarona, esagerata, si passa dalla disco alla sacra senza soluzione di continuità, e la cosa da alquanto fastidio. Stesso ragionamento può farsi per il montaggio, frenetico, inconcepibile, a volte non ci fa davvero capire cosa stiamo vedendo, se la realtà, o un sogno, o i pensieri di Jep (sembrano più una decina di corti che un unico film). Altra critica ai movimenti di macchina, per me esagerati (anche se la scena della festa è davvero ben fatta e rende l’idea del movimento, della frenesia, del fatto che nessuno capisca niente, del distacco di tutte le persone), e a volte sono una vera istigazione alla nausea (oltrechè ripetute più volte, troppe volte).
R:
V:
3 – Alcuni hanno paragonato questo film a “La dolce vita” di Fellini, cosa ne pensi al riguardo?
F: Non ho visto “la dolce vita”. Shame on me! Da quello che so del film di Fellini, credo che i due film siano profondamente diversi.
P: Parafrasando Carlo Rienzi (http://www.huffingtonpost.it/carlo-rienzi/la-grande-bellezza-e-una-grande-delusione_b_4588987.html) è una grande bestemmia. La scelta del titolo (articolo-aggettivo-sostantivo) riprende il capolavoro felliniano, ma credo che i paragoni possano fermarsi tranquillamente lì.
R:
V:
4 – Il cast ti è sembrato appropriato?
F: Cast buono, spicca su tutti Toni Servillo che ci propone un’eccellente prova di interpretazione.
P: A parte Servillo, che recita bene (seppur odii il suo napoleggiantemento), il resto mi è sembrato vacuo, spesso fuoriluogo, inutile e in certi casi dannoso, come Verdone che fa uno dei suoi personaggi da Viaggi di nozze invecchiandolo e ingrassandolo un pò; Carlo Buccirosso che avrebbe voglia di avere rapporti sessuali casuali con gran parte delle donne presenti in scena comunicandolo loro con frasi in napoletano alquanto esplicite; o la Ferilli, che chiamare attrice mi sembra un offesa per la madre di famiglia che la domenica pomeriggio va a fare le prove nell’oratorio per fare L’avaro di Moliere a “fine corso”; o l’impalpabile Giorgio Pasotti nel ruolo del tizio con le tante chiavi; o l’enorme Serena Grandi, che interpreta sè stessa mentre interpreta sè stessa; o Venditti di cui non ho capito il mini-cammeo.
R:
V:

5 – Questo film è un omaggio a Roma?
F: Si e no. Sì, rispetto alla sua bellezza, no, rispetto alla società romana.
P: No! sfrutta Roma e la sua bellezza, ne approfitta e sfrutta la fama di Roma all’estero per potersi far riconoscere.
R:
V:

6 – Cosa hai pensato a fine visione?
F: Devo vederlo un’altra volta per farmi un’idea precisa.
P: Un film vuoto per raccontare la vuotezza dell’italia del 2013; l’unica critica buona era quella all’arte contemporanea, abbandonata dopo poco, purtroppo; 142 minuti pesanti da far passare; nello stesso tempo avrei potuto vedere 4 puntate di twin peaks, 3 di breaking bad, 7 di the big bang theory, 1.57 videodrome, 1.1 pacific rim, 1.18 slumdog milionaire, 1.7 borat (credo di aver reso l’idea). Eccettuata la scena della festa, il resto è un mediocre film italiano, appena sopportabile alla visione.
R:
V:

7 – Questi sono i 7 motivi per cui dovrebbe vincere… 
F: Il primo motivo, secondo me, è vero. É un film che piace agli americani, un film molto italiano, Roma, italiani cialtroni, un campano…insomma le solite cose. Il secondo motivo è più una statistica che un dato di fatto. Terzo motivo: non mi esprimo. Quarto motivo: una cazzata. Quinto motivo: altra cazzata. Sesto motivo: boh, conteggi, lunghezze, rigori… Settimo motivo: mah, Il divo mi è piaciuto molto ma non so se fosse da oscar.
P: sfortuna, tette e “se lo merita”, in linea di massima le motivazioni più comuni che gli esaltatori adducono al loro pensiero.
R:
V:

8 – È un film da oscar ? Ha meritato il globe?
F: Non credo che sia un film da oscar. Non ho seguito la premiazione del Golden Globe per cui non so rispondere.
P: No, però credo sia una pellicola (per gli attori “famosi”, le inquadrature nauseabonde e il montaggio frenetico) che possa gustare particolarmente agli americani, che vedono in questo il film “d’autore europeo”.
R:
V:

9 – E la Santa? E i turisti giapponesi?
F: Nel film c’è anche una critica alla Chiesa Cattolica e alla sua attuale dissolutezza di alcuni suoi componenti (di questi tempi è mainstream). Di contro la santa serve a dare la morale spicciola e banale verso una soluzione alla depravazione mostrata in tutto il film. La scena iniziale dei turisti giapponesi, insieme al coro (in lingua latina??), sono la scena più incomprensibile del film.
P: Non mi è molto chiara la scelta di collocare questi personaggi, non sono riuscito a coglierne l’utilità all’interno della pellicola e/o della storia (secondo alcuni che il cinese della prima scena muore per la sindrome di Sthendal e che vorrebbe essere una citazione/omaggio ad Argento). La Santa poi vorrebbe essere una critica al clero ormai poco dedito alla religione e alla religiosità ma più interessato a mangiare (in ogni declinazione possibile del verbo), ma ci riesce poco, e male. Lo spiegone finale poi è odiosamente e tipicamente italiano.
R:
V:

Poi si scopre che il buon Paolone è migliore come giornalista che come sceneggiatore (almeno per il mio personalissimo punto di vista).

 

 

 Questa volta non il trailer ma la seconda scena, l’unica per cui valga la pena vedere il film.

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Pacific Rim (2013) di Guillermo Del Toro

Questo film è un pò Robot jox, un pò Godzilla, un pò Mazinga, un pò Real steel, un pò tanta roba, ma l’horror è horror, l’azione è azione, i sentimenti son sentimenti, tutto perfettamente amalgamato, però ben separato, ma allo stesso tempo un unico insieme, perfetto il montaggio, i passaggi, i cambi.

Estremo nerdismo (abilmente utilizzato) di Del Toro, richiamo ad un sacco di vecchi film su kaiju/robot giapponesi, un pò di steampunk buttato così nella creazione degli jaeger; i ringraziamenti finali da signore, soprattutto quelli a Ishiro Honda, inseriti in titoli di coda da urlo. Scena finale dopo i titoli di coda da oscar, quella scena da sola potrebbe vincerne almeno 4 (miglior attore protagonista, migliori effetti speciali, miglior attore non protagonista, miglior scena post titoli di coda con la motivazione “la scena devasta dalle risate, senza inficiare la comprensione e la godibilità del film in caso di mancata visione”) anche se a dire la verità io me l’aspettavo, che prima o poi uscisse, anche se il combattimento lo fa dimenticare.

Poco caratterizzata e approfondita la società post-attacchi kaiju, sarebbe stato interessante vederla più approfondita, più vissuta, allo stesso modo sarebbe stato più interessante vedere di più il mondo dei kaiju, e capirne alcuni funzionamenti; forse il tutto è stato lasciato per un probabile seguito, di cui spero vivamente, si venga a sapere presto del suo aborto.

I personaggi sono banali, stereotipati, semplici, non approfonditi, se non nel caso dei protagonisti (neanche tutti, ma vabbè), ma il tutto serve a rappresentare l’umanità in tutte le sue sfaccettature, senza però scendere nel dettaglio: qui i veri protagonisti sono jaeger e kaiju. I personaggi sono, inoltre, tutti americani o giù di lì (i russi e i giapponesi vengono distrutti, o meglio viene distrutto il loro jaeger, in pochi minuti quando non servono più, senza che il loro ruolo abbia alcun senso all’interno della storia), l’asiatica è necessaria, vista l’origine della storia, ma questo credo sia stato notato quasi solo esclusivamente da me, visto il mio odio profondo verso la retorica patriottistica di Bay e di quelle merde che la gente continua a chiamare film. Per colpa di queste ultime, e di tutte le altre pellicole action degli ultimi tempi, le musiche, purtroppo, sono quelle banalotte colonne sonore epico-action che ti esce dalla testa non appena il film finisce. Nessun nome di richiamo nel cast, bastano i robottoni perfettamente realizzati, con cura attenzione e amore (se capisce dalle interviste quanto ne è stato messo per realizzarli, quanto questi mech siano stati importanti nella vita dello smilzo regista messicano).

I jaeger hanno ognuno una personalità unica, che li differisce dagli altri, con caratteristiche e design unici: l’americano forte e agile (unico ad alimentazione nucleare, analogica e non digitale), il russo pesante e forte, il cinese veloce e potente, l’australiano veloce. Purtroppo russo e cinese (misteriosamente loro due) durano pochissimo e non possiamo conoscerne a fondo le caratteristiche, nè i piloti. I movimenti di tutti sono visibili, i meccanismi son visibili, come si vede la costruzione fatta da una massa di gente, da un gruppo compatto formato da tante persone, che insieme dà come risultato il jaeger, si conosce la genesi di questi mostri di metallo, che si contrappongono ai mostri di carne, ossa e gelatine fluorescenti (utili per permettere a noi spettatori di vederli anche quando non potremmo).

Due soli flashback, utili e funzionali alla storia, perfettamente inseriti, niente personaggi sballottati o storie ficcate a forza dove non ci starebbero, tutto fila, perfettamente. I combattimenti vengono girati da dio (e sono lenti, vista la stazza dei combattenti), esplosioni al minimo, molte più distruzioni che esplosioni, e la distruzione è poca, non eccessiva. L’uscita della spada è da erezione, seppur ci si chiede come mai, visto l’inguaiamento di Gipsy, non sia stata usata prima, e poi alcuni annunci delle mosse ricordano tanto le origini di questi personaggi.
Le atmosfere dark, ma non troppo, tutto ambientato di notte, tranne poche scene, tra le quali il finale, dove troviamo la storia d’amore che c’è, ma non si vede: neanche un bacio, solo un fronte contro fronte, che rappresenta forse ancora meglio il drift creato tra i due, non solo dentro Gipsy, ma anche fuori. I rapporti tra personaggi, come l’amore tra Raleigh e Mako, è gestito da azioni, da gesti o sguardi, parole poche, ma gesti eloquenti e chiari, anche se non manifesti.
La barca usata come mazza [credo seriamente che se fossi stato in un cinema qualsiasi a quella scena avrei iniziato a urlare e tirare popcorn allo schermo per incitare la lotta e non vederla finire mai]; le fasi che sembrano dover essere epiche diventano invece comiche, come: “1 non toccarmi mai più e 2 non toccarmi mai più”; Gipsy Danger che evita diligentemente un viadotto, mentre sta distruggendo la città è una chicca indimenticabile. Pendolo di newton da orgasmo, tutto si distrugge, tranne quel tavolo, con quel pendolo sopra, che riparte non appena il pugno del jaeger torna indietro.

All’interno del film troviamo anche un pò di politica: sia per la costruzione dei jaeger, come di tutta la società, che è un pò socialista, sia per l’inutilità della creazione del muro per separare, però è fine, impercettibile e per nulla fastidiosa (è ammirevole la capacità del gracile Guillermo di mettere la politica, seppur poca, in un blockbasterone da 200milioni di $).

Il finale è un pò troppo buonista, ma scontato in un blockbuster come questo, anche se nella morte di Raleigh c’ho sperato fino alla fine.

Una cosa che ho notato ultimamente, a malincuore, è che spesso e volentieri, in caso di pioggia, bufera o simili, si vede che è una macchina da presa, o meglio si vedono delle goccioline che finiscono su un piano, ed è brutto, per me, cioè mi estrania dal film e mi fa tornare sulla poltrona, cosa che non dovrebbe accadere in sala. Succede un paio di volte in questa pellicola, e non ne capisco il motivo, è come se il regista ci volesse far capire che c’è una macchina da presa, che quello che stiamo vedendo è stato registrato e ora ci è trasmesso, non capisco se sia una scelta di maggiore realismo o di cos’altro, ma comunque non mi piace.

lui non ha capito un cazzo del film, e tendenzialmente poco di cinema…

 

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la mia FLOP-TOP fifTeEN duemilatredici

“visto che la fanno tutti” è la scusa per fare una classifica, a me non piacciono tanto le classifiche, perché credo che i film non possano essere catalogati (se non per genere, anno di produzione e pochi altri valori) e soprattutto non possano essere classificati: si possono invece fare due liste, dei top e dei flop dell’anno. L’ordine di queste due liste non è in alcun modo qualitativo o quantitativo, semplicemente alfabetico.

p.s. la MIA top/flop è ovviamente dei film che io ho visto durante questo 2013, non i film usciti in sala, in home video, prodotti o post-prodotti in questo anno.

 

FLOP:

  • bling ring  –  un film della Coppola
  • the starving games – anodino, futile, gratuito, impotente, inadatto, inefficace, infruttuoso, inane, inadeguato, improduttivo, infruttifero, inservibile, inutilizzabile, esaurito, finito, nullo, ozioso, pleonastico, sterile, vano, infecondo, matto, superfluo, senza effetto
  • clockers  –   tutti lo osannano, sarò scemo io, ma non l’ho capito; mi è sembrato estremamente razzista e vuoto
  • conversazione con dio – inutile, banale, scontato, quanto di peggio possa essere proiettato in una sala
  • frankenweenie – Burton torna alla Disney, allunga il brodo e non aggiunge niente al corto del’ ’84
  • i fratelli grimm e l’incantevole strega – il punto più basso di Gilliam
  • il nastro bianco – pesantemente e violentemente forte, troppe aspettative su questo film
  • iron man 3 – inutile, vuoto, non dà niente, non dice niente, e fa vedere un mandarino marcio e ancor più inutile della pellicola intera
  • la leggenda del cacciatore di vampiri – come non far avvicinare i giovani alla storia
  • madagascar 3 – basta con questi seguiti, prequel, reboot, reprequel, preboot e simili
  • rush – uno si aspetta un film di e sulla Formula1, invece è una storiella banale qualsiasi
  • scary movie 5 – vedi due film sopra
  • psycho IV –  non è un cattivo film, ma essendo uno dei seguiti del capolavoro di sir Alfred, diretto dal protagonista del primo, ci si aspetterebbe qualcosina in più
  • the libertine – tutto incentrato su Johnny Depp che, francamente, ultimamente fa solo merda (insulto dal fanboy tra tre, due….)
  • vita di pi – se non avesse vinto gli oscar non se lo sarebbe cagato nessuno

 

TOP:

  • 1997 fuga da new york/essi vivono –  doppietta per Carpenter (di cui sto scoprendo, purtroppo solo ora l’intera filmografia); quando politica e azione convivono e rendono ognuna più gustosa l’altra
  • arca russa  – 90 minuti di piano sequenza, un orgasmo cinematografico indicibile; poi per me che adoro la Russia e tutto ciò che di artisticamente zarista è stato prodotto fin ora, l’orgasmo è stato doppio
  • confessions – violento, cinico, forte, reale, lento nei momenti giusti, semplice e per niente didascalico
  • django unchained – Tarantino remixa lo spaghettiwestern e genera un gran bel film, come sempre
  • drive – Kavinsky ti entra in testa e non esce più, e poi, ovviamente, DEVI googlare “la storia della rana e dello scorpione”
  • gallowalkers – Horror, zombie, western e action tutti insieme, non solo: c’è anche Wesley Snipes!!!
  • la bottega dei suicidi – il cinema francese continua ad emozionare, soprattutto con la sua animazione
  • la mafia uccide solo d’estate – finalmente un film italiano ben fatto, che affronta un argomento serio senza farti la lezioncina moral-filosofica
  • moon – un figlio d’arte che finalmente non segue le orme del padre, ma che lo sfrutta per le sue capacità, bel lavoro
  • no, i giorni dell’arcobaleno – per colpa di Gael ho visto questa pellicola, che dal trailer non sembrava granché, e invece…
  • pirati – briganti da strapazzo – gli inglesi e la plastilina….che spettacolo (da guardare rigorosamente in lingua originale, non con quel vergognevole doppiaggio)
  • vanishing point – consigliato da un amico, un bel road movie fatto con le contropalle
  • videodrome – 30 anni fa, Cronenberg avanti di almeno 50 anni, ci arriveremo presto comunque
  • yattaman/13 assassini – doppietta anche per Miike, di cui devo andarmi a recuperare tutto il resto, al più presto!
  • gravity – bello, seppur con un 3D totalmente inutile e sterile, la CGI fa il suo “pulito” lavoro
giuliano offre unA iris a arturo....ma perché una?!?! l'iris è maschio! cazzo

La mafia uccide solo d’estate (2013) di Pierfrancesco Diliberto #aiutapif

Film visto al cinema con un gruppo di amici, ho rotto le palle a tutti (sia quelli con cui sono andato al cinema, sia quelli incontrati in sala), ed è venuta fuori l’idea di fare una recensione di massa, ma non essendo capaci (in primis io) di fare un lavoro di gruppo, ho preferito fare 6 domande a cui tutti, singolarmente avrebbero risposto.

Le risposte sono in ordine casuale, così, per rendere più complicata l’individuazione di un filo conduttore nel pensiero di nessuno. Prima delle risposte una brevissima, sintetica e minuscola presentazione di ognuno:
Pietro: 24, uomo, studenteincercadilavoropartime, pizza con kebab
Giuseppe: 20, uomo, disoccupato, birra
Erica: 21, donna, studentessa, patate
Luisa: 24, donna, receptionist in hotel (laureata), pizzaaaaaaaaa
Massimiliano: 33, uomo, operaio, pesce
Davide: 31, uomo, libero professionista, pizza e tiramisù
Antonio: 26, uomo, studente e aspirante attore teatrale, arancino
MariaK: 24, donna, studentessa, risotto ai funghi
Nicola: 26, uomo, disoccupato, davvero troppi

1 – Come sei entrata/o in sala, con quali aspettative?
L: avendo già visto il trailer, mi aspettavo un film intelligente, una rappresentazione di quello che la mafia è stata e continua ad essere nella mente omertosa dei siciliani, posta in contrasto con la semplicità e la spontaneità del bambino.
A: quando vado a vedere un film cerco di eliminare le aspettative…anche se dal trailer sembrava cosi’ come e’ stato un film simpatico.
M: nessuna in particolare.
N: avevo letto qualche commento positivo sul film anche se non sapevo nemmeno il genere specifico della trama.
P: mi piace Pif, mi piace il suo lavoro, paraculo quando serve, ma allo stesso tempo sagace e pungente, sapevo parlasse della mafia (un motivo in più per vederlo) e speravo fosse diverso da quelle ciofeche chiamate fiction che tutti mi consigliano, ma che reputo la vera cloaca del cinema
K: sono entrata in sala con ottime aspettative; conoscevo in linee generali la trama, ma soprattutto mi interessava il modo in cui questo film puntava a raccontare la mafia e le tragedie mafiose che hanno investito Palermo il secolo scorso.
E: sono entrata in sala con un po’ di curiosità, ma senza particolari aspettative, dopotutto non conosco molto bene né Pif né l’argomento trattato
D: nessuna particolare aspettativa, anche perchè onestamente non lo conoscevo, ma sono stato invitato ad andare a vederlo e mi hanno convinto sentendone parlare bene.
G: sono entrato in sala con una sola aspettativa: vedere un film italiano prendere un argomento serio prendendolo in modo che possano vederlo tutti.

2 – Sintetizza la trama in non più di 50 parole
E: il film racconta i principali eventi nell’arco di quarant’anni riguardanti mafia e politica in parallelo ad una normale (quasi banale) storia personale d’amore.
A: una simpatica metafora dello stato dormiente caratteristico di una citta’ che per decenni ha finto o non era per niente consapevole del fenomeno mafia o in altri casi vedeva la mafia come un qualcosa che ti fa del male solo nei casi in cui ti ci scontri…e questo la dice lunga sull’ignoranza della gente in merito all’influenza che hanno queste organizzazioni a delinquere su tutto il tessuto sociale…la mafia uccide solo d’estate, quasi come fosse un fattore climatico, passeggero…Geniale la trovata inerente al poster di Andreotti, muto ad osservare il tutto come a simboleggiare la presunta e molto probabile silente pianificazione che lo Stato attuo’ insieme alla mafia.
G: un bambino che piano piano diventa uomo affrontando argomenti della vita quotidiana come spingersi a realizzare un sogno con tutte le difficoltà che si possono avere, l’innamorarsi di una ragazza alle elementari e restare innamorato di lei per anni e la mafia che “non esiste”. Tutto unito in perfetta armonia con la storia del personaggio e studiata in modo divertente.
L: la voce esterna del film è quella del protagonista ormai adulto, Arturo, che racconta la sua infanzia e i suoi tentativi amorosi con la piccola Flora, con la Palermo degli anni ’80 a fare da sfondo. La vita del protagonista, già dal suo concepimento, è segnata da momenti paralleli a quelli che sono stati i più clamorosi crimini mafiosi di quel periodo. Il tutto, presentato in chiave comica ma profondamente dura, realista e toccante.
D: il film narra la vita di Arturo, giovane palermitano impegnato a destreggiarsi tra l’amore per la bella e irraggiungibile Flora, di cui è perdutamente innamorato dai tempi delle elementari, e il racconto dei fatti di mafia che hanno accompagnato la sua vita fin dall’infanzia ed esplosi nella sanguinosa stagione delle stragi degli anni novanta.
P: una storia d’amore rimandata sempre dalla mafia, ma proprio da essa resa forte e duratura
K: personaggio cardine del film è senza dubbio Arturo: ci narra la storia della sua vita, del suo primo ed unico amore, della sua città, del contesto storico e sociale che attraversa e dei delitti di mafia visti dalla Palermo dell’epoca. Credo sia questo il punto focale del film e ciò che rende diverso : “La mafia uccide solo d’estate” da qualsiasi altro film incentrato sulle stragi mafiose della Palermo degli anni ’70: la visione straniata di Arturo ci consente di percepire la mafia così come è stata vissuta e vista per molti anni dalla gente dell’epoca. Il pubblico si evolve, cresce e matura assieme al protagonista; l’ignoranza, l’incapacità di analisi e di criticità, rappresentata dal mito andreottiano del ragazzo, è progressivamente seppellita: Arturo, nel corso del film, prende coscienza del male che per anni ha trafitto la sua città e corona il suo sogno d’amore sposando il suo unico amore, Flora. Ma non è questo il lieto fine del film; il vero lieto fine è la speranza di un futuro migliore che il protagonista garantisce al figlio, ancora piccolo, parlandogli di tutti gli eroi che hanno perso la vita lottando contro la mafia.
M: una simpatica romanzata che dal romanzo scende e mette i piedi per terra.
N: un ragazzo di nome arturo si invaghisce ,sin da bambino, di una ragazza, flora, alla quale corre dietro per circa 20 anni. Purtroppo, le sue vicende amorose si intrecciano con quelle della mafia siciliana degli anni 70/90.

3 – Citazione preferita 
N: “mafia”. La prima parola del piccolo Arturo.
K: una delle scene che mi ha colpito e che ricordo è stato il dialogo tra il giornalista e Arturo; il giornalista fa comprendere al ragazzo come funzioni realmente la vita reale, come i sogni non sempre siano realizzabili e come la libertà di espressione non sia garantita quasi mai, neanche per un giornalista che dovrebbe costruire il proprio mestiere sulla libertà e sulla verità.
D:
Arturo: “quando sono diventato padre ho capito due cose: la prima che avrei dovuto difendere mio figlio dalla malvagità del mondo, la seconda che avrei dovuto insegnargli a distinguerla”
P: “un giornalista deve sempre controllare le sue fonti, e STAVOLTA Andreotti non è stata una buona fonte” questa frase dovrebbe essere letta e spiegata a tutti gli pseudo giornalisti che ci sono ora in giro
L: la scena/citazione preferita è quella in cui il boss Riina non riesce a comprendere il semplice funzionamento del telecomando per il climatizzatore ma poi impara ad usarne un altro, di genere diverso…
M: nel finale: “Primo: proteggerli dai malvagi. Secondo: insegnare loro a riconoscerli.”
G: “tranquillo la mafia uccide solo gli uomini che sono innamorati!”
E: la frase che dà il titolo al film, detta dal padre con il solo scopo di tranquillizzare il figlioletto che fa troppe domande, più o meno dice: siamo in inverno? La mafia uccide solo d’estate!
A: mi hanno commosso molto le scene ammiccanti del giudice Chinnici verso l’amore dei due protagonisti e in particolar modo il momento in cui l’alto funzionario vede il disegno del cuore per terra davanti il portone ed esclama: “Bravo Arturo”.

4 – 4 pregi e 4 difetti
G: PREGI: prendere una tematica come la mafia ed affrontarla molto ironicamente anche facendo sapere e ricordando cosa ha fatto con delle immagini reali del tempo. DIFETTI: non ho trovato difetti in questo film, a me è piaciuto cosi.
M: PREGI: è un film pulito, innocente, non banale, speranzoso, quasi illuminante. DIFETTI: lui è troppo servo di lei, alcuni episodi sono forzati (ma infondo ci sta) Pif ha bisogno di un corso di recitazione anche se se la cava bene, il personaggio femminile ha poca personalità, il personaggio del giornalista avrebbe dovuto avere un pò più spazio.
K: PREGI: Catapulta lo spettatore nella realtà dell’epoca. Veicola contenuti tragici e amari con ironia e umorismo. Riesce a far percepire il comune modo di pensare della Palermo dell’epoca. Non fa ridere di gusto come una commedia, e non fa piangere come una tragedia, ma unisce le due dimensione donando al pubblico una risata amara. Inoltre lascia la sala in silenzio, pregio che non tutti i film possono vantare. DIFETTI: La storia d’amore, anche se non è il fulcro del film, è eccessivamente banale e poco costruita. Il personaggio di Flora non mi ha convinta, credo sarebbe potuto essere costruito in maniera più articolata; per quasi tutta la durata del film mostra una totale assenza di senso critico. Il personaggio del giornalista avrebbe potuto avere un ruolo più importante nello svelare la realtà storica ad Arturo.
N: PREGI: divertente, versatile, scorrevole, trama ambigua che riesce a far cambiare stato d’animo da una scena all’altra. DIFETTI: scene “documentario” troppo veloci, solita banale storiella d’amore.
A: la struttura del film per quanto dovesse essere funzionale in questo gioco di eventi mafiosi che da contorno della storia si tramutano in fulcro del soggetto mi e’ sembrata in alcuni frangenti un po’ forzata. Gli attori, a parte 2 -3 diciamo più abituati a vivere di cinema, un po’ forzati, in alcuni casi poco spontanei. La canzone che hanno messo ai titoli di coda per me potevano evitarla…perché fuoriluogo.
D: PREGI: ironico, originale, divertente, emozionante. DIFETTI: per il tipo di film, non me ne vengono a dire il vero.
E: PREGI: leggerezza, nonostante l’argomento trattato; inserimento di documenti veri; ha mantenuto abbastanza il proprio stile; semplicità. DIFETTI: il filo conduttore è un po’ banale e forzato, ma non disturba più di tanto; inserire a tutti i costi gli attori del film in mezzo ai documenti storici filmati non l’ho trovata una mossa intelligente, nonostante fosse fatto QUASI bene; ho trovato più brava l’attrice bambina che quella grande; il personaggio che parla mezzo francese è forse un po’ troppo stereotipato
L: PREGI: ottimo intreccio, fortemente didattico, aderente alla realtà, critico in modo intelligente. DIFETTI: ero troppo assorbita dal film per notarli e non ho le competenze per parlare di difetti tecnici
P: PREGI: regia “casereccia”, trama perfetta con tutti i riferimenti storico/politici, attori bambini estremamente espressivi, poca musica e poco invadente DIFETTI: regia “casereccia”, attori adulti mediocri (con le dovute eccezioni), caratterizzazione di Arturo che si ferma ad un 15enne senza evolversi poi col crescere del protagonista, troppa camera a mano

5 – Dopo la visione del film sei andata/o\andrai a cercare le pagine di storia che mancano alla tua cultura personale?
M: si, anche se purtroppo le conosco quasi tutte.
L: sicuramente andrò a cercare le pagine mancanti alla mia cultura personale. Mi sono resa conto di avere dei vuoti che, necessariamente, devono essere colmati.
P: ovviamente si! da buon siciliano, e pure italiano, devo ALMENO conoscere queste persone, sapere perché son morti e per mano di chi.
D: probabile.
N: si, il tipo di film, induce ad ampliare la conoscenza delle vicende dell’epoca. Anche se personalmente ne sono già abbastanza informato.
E: non credo, so di commetere un errore, ma non riesco ad interessarmi alla politica né passata né attuale
K: sì, ho letto un articolo sul film e qualche ricerca più approfondita su Andreotti e “Cosa nostra”.
G: in realtà essendo siciliano queste cose si sanno già da piccoli, è la nostra storia, l’abbiamo vissuta e continuiamo a viverla,in modo diverso, ma continuiamo a viverla.

6 – Conclusioni\riflessioni\opinioni\pensieri\parole\opere\omissioni
A: nel complesso del calderone cinematografico italiano un discreto prodotto.
D: un film magnifico, molto significativo,racconta temi importanti trattati con molta sensibilità e con consapevole e cosciente leggerezza.Una grandissima capacità di far riflettere, mantenendo comunque un sorriso. Un film che andrebbe assolutamente fatto vedere nelle scuole ai ragazzi per il suo grande impatto e la sua capacità di rimanere impresso nella mente.
E: nonostante il mio scarso interesse verso l’argomento trattato e la mia cultura a riguardo praticamente pari a zero, ho apprezzato molto il film, l’ho trovato piacevolmente informativo.
G: E’ un bel film e lo consiglio.
L: il film non è per tutti. Non biasimo la freddezza con cui alcune scene vengono proposte al pubblico, proprio perché nella realtà nessuno si è mai fatto scrupoli nel pianificare un omicidio in piazza o in un bar. Mi è piaciuto il contrasto tra l’amore ingenuo di un bambino e la dura realtà politica e sociale che faceva da sfondo alla vicenda. Di solito, alla fine di un film si sente il brusio della gente, i commenti ecc: stavolta tutti i presenti in sala hanno osservato un rispettoso silenzio collettivo, perché in quel momento c’era solo spazio per le riflessioni personali.
M: dovrebbero vederlo tutti, soprattutto nelle scuole.
P: opera prima, e speriamo non ultima, con un finale in linea con le puntate de “il testimone”, emozionante e toccante, che però spinge a riflettere, a capire il perché di determinate scelte politiche o sociali del nostro stato di quel periodo, che spinge a ricordare, anzi forse più a non-dimenticare, e a informarsi.
N: carino questo tentativo di accostare scene di commedia divertente a fatti drammatici, anche se, forse, grezzo e troppo velocizzato in alcune scene.
K: ci sono tanti punti di riflessione, ne elencherò alcuni cercando di essere esaustiva nella motivazione: Il parallelismo tra la realtà della Palermo di quegli anni e quella della società odierna: classe politica corrotta e cittadini privi di capacità di analisi; il pensare che i problemi non coinvolgano noi stessi ma solo gli altri; come l’idolatrare un personaggio possa portare ad avere una visione distorta della realtà, e sebbene in Arturo l’ammirazione verso Andreotti sia dipinta con sana comicità, è un dato di fatto che queste forme di idolatria siano molto comuni nella storia dell’uomo.

du gust is megl che uan

Il (dis)piacere dell’onestà – volume 2

Dopo il primo volume, torna l’inutilissima e mai richiesta rubrica

all’onorevole piacciono le donne politicamente scorretto
dracula morto e contento stupidamente banale
Il signor Robinson, mostruosa storia d’amore e d’avventure selvaggiamente fantozziano
la rosa purpurea de il cairo cinematograficamente romantico
memento ordinatamente caotico
paranorman scontatamente educato
la fattoria degli animali (1954) politicamente corretto
amore e guerra precocemente alleniano
madagascar 3 banalmente simpatico
moon candidamente inquietante
13 assassini pacatamente violento
conversazione con dio divinamente banale
scary movie 5 inutilmente stupido
megamind quietamente spassoso
la bottega dei suicidi sadicamente allegro
gamebox 1.0 gioca o muori trucemente pleonastico
il mio vicino totoro vuotamente dolce
i fratelli grimm e l’incantevole strega merdosamente inutile
il commissario torrente trucemente meraviglioso
the hours melodrammaticamente saffico
iron man 3 inutilmente banale
yattaman unitamente fumettoso
due agenti molto speciali giocosamente semplice
day of the dead classicamente romeriano
i croods scontatamente vuoto
vanishing point lentamente  movimentato
mullholland drive contortamente lynchano
dracula (1931) leggermente spaventoso
hitchcock semplicemente romantico
vita di pi forzatamente epico
arca russa orgasmicamente artistico
ralph spaccatutto disneyanamente geniale
holy water banalmente inglese
looney toons – il film sconvolgentemente demenziale
cloud atlas caoticamente spirituale
confessions violentemente melodrammatico
psyco trucemente perfetto
psycho II violentemente inutile
psycho III vuotamente inutile
la leggenda del cacciatore di vampiri arrogantemente reazionario
gallowalkers leonaniamente violento
psycho IV inutilmente vuoto
dawn of the dead spaventosamente reale
l’arrivo di wang fantascientificamente italiano
essi vivono politicamente orrorifico
m butterfly cinicamente romantico
stick it smielatamente americano
darkman comicamente horrorifico
rush epicamente howardiano
videodrome inquietantemente perfetto
no, i giorni dell’arcobaleno vuotamente politico
1997 fuga da new york scorrettamente politico
bling ring banalmente vipposo
rock of ages parodisticamente inutile
gravity forzatamente emozionale
anchorman banalmente demenziale
cattivissimo me 2 simpaticamente banale
persona profondamente bergmaniano
beetlejuice – spiritello porcello viscidamente esilarante
kick ass 2 violentemente fumettistico
i barbieri di sicilia francheciccianamente banale
qua la mano celentanamente buonista
braveheart politicamente epico
braveherart boobs

Braveheart (1995) di Mel Gibson

Il film è epico, romantico,, storico, violento, politico, d’azione, fa vedere paesaggi meravigliosi. Insomma c’è un pò tutto, è una sorta (non me ne vogliano i fan) di Trono di Spade sintetizzato e ancora da migliorare. Il tutto è meravigliosamente diretto e interpretato da Mel, alla seconda esperienza dietro la camera.

I punti positivi della pellicola son parecchi: dalle musiche perfette di James Horner; alla recitazione ottima di tutti gli attori, protagonisti e non (indimenticabile l’irlandese pazzo che parla con Dio e lo zio, magistralmente, seppur brevemente, interpretato da Brian Cox); alle location e a come sono “raccontate” (dalle inquadrature che ci fanno ammirare i meravigliosi paesaggi della scozia, ai movimenti di camera che ci fanno entrare dentro il paesaggio o l’azione);  i combattimenti poi sono qualcosa di eccelso, ben fatti, ben raccontati, ben montate le scene di lotta, belle anche le scene campali, tutto ben fatto, seppur con semplicità, e tutto fatto di carne, ossa e ferro, niente cgi! E poi, a parte la cruda violenza di certe scene, in una scena William Wallace lancia la spada all’avversario, uccidendolo sul colpo!!! Accanto a questi però alcuni punti dolenti: la storia non è perfettamente rispettata (dallo ius primae noctis che non era lo stupro autorizzato delle sposine da parte dei nobili, ma solo una tassa da pagare per sposarsi, al buon Robert Bruce che nel film è uno stronzo traditore, ma che nella realtà non fece nulla di tutto ciò, se non prendere in mano la rivolta scozzese e portarla alla vittoria e all’ “indipendenza”); . La lunghezza per me, come per i miei compagni di visione, non è stata una nota dolente, né un pregio, semplicemente è questa la durata del film; inoltre, non ho notato, al contrario di molti invece, soprattutto su internet, scene particolarmente lente, o inutili; ho visto solo scene più lente, che servono a passare in maniera degna, da una scena all’altra di combattimento.

La bellezza di Gibson è poi una bellezza per uomini, mi spiego meglio: non è un gran bell’attore, non è un figone (alla Cruise o alla Pitt, per intenderci) e quindi, forse per questo, è un tipo di bellezza che piace agli uomini (anche e soprattutto per i film che fa e per i personaggi che interpreta). Sophie Marceau poi fa la sua porca figura, mantenendo intorno a sé un’aura di purezza e angelico distacco che si distrugge quando bacia il buon William Wallace, cosa che comunque non dispiace.

Complessivamente il film non è male, anzi: epico al punto giusto, romantico al punto giusto, piacevolissimo da guardare, visto da piccolo mi ha sconvolto, rivisto da grande ne ho apprezzato meglio alcuni passaggi (dovendo però notare anche le note dolenti)….se poi si vede tutti insieme su un divano, davanti al camino,  dopo un’abbondante e gustosa cena, doppiando magari le parti più serie nei modi più idioti è il nirvana di ogni sabato sera piovoso.

kick ass 2 frame

Kick ass 2 (2013) di Jeff Wadlow

kick ass 2 frame

Molti sono stati felici della vicinanza di questa seconda pellicola col fumetto, per questo sarà un film meno riuscito [m’avete scassato il cazzo con la somiglianza e la vicinanza dei film ai fumetti…se vi piacciono i fumetti leggete i fumetti, se vi piacciono i film guardate i film].
Finale amarissimo: la violenza si riesce a battere solo con la violenza, i padri vengono soppiantati (letteralmente) dai figli, per trovare il futuro bisogna lasciarsi la maschera o scappare verso nuove mete (e forse un terzo capitolo? speriamo di no!).
Jim Carey recupera dopo l’ultima vergogna coi pinguini; John Leguizamo è un gran figura, non lo vedevo da Repoman, e non è affato male (molti lo ricorderanno per Luigi, nel film di SuperMarioBros), Donald Faison poi (riconosciuto solo quando si toglie la maschera, anche se riconoscibile da prima, anche se non per la voce (ispiegabilmente il doppiatore che lo ha doppiato in Scrubs, qui doppiava Leguizamo)) è una vera chicca .
Alcune scene assurde, come ad esempio: loro che parlano in taxi di fare Batman&Robin, o a scuola, e poi una 1098 viola/blu lucido non si può vedere, neanche se a guidarla è Hit-girl con una tutina aderente, i capelli viola e il mantello.
La colonna sonora non è affatto male, il colpo di genio poi sta nell’aver usato la colonna sonora di tetris in una scena di combattimento.

persona bergman

Persona (1966) di Ingmar Bergman

persona bergmanI film di Bergman non sono film da prendere alla leggera, da poter vedere con calma per “passare una serata”; bisogna essere fisicamente e psicologicamente pronti; il film va seguito, con attenzione, per cogliere le singole sfumature, i giochi di luce, i movimenti di camera, ciò che c’è o non c’è dentro l’inquadratura.

L’inizio è violento: scene varie, non si capisce dove il regista voglia andare a parare tra ragni neri, agnelli sgozzati, mani inchiodate e peni. Stessa cosa a metà film circa, quasi un intervallo, con una pellicola che fintamente salta, a fotogramma bloccato, e si brucia, come poteva succedere nei cinema fino a qualche anno fa (un pò mi ha ricordato la scena di Man of the moon dove viene inserito un disturbo nello spettacolo del SNL).

Quando Gunnar “torna” e scambia alma per elisabeth, quest’ultima è messa su un trasparente, su un altro livello, non perché Bergman non fosse capace di fare un’unica inquadratura, ma solo per evidenziare la distanza di tutta la situazione dalla realtà.

Il bianco e nero è accecante, ogni passaggio è bene evidenziato da un fascio di luce, di cui spesso ignoriamo l’origine, ma poco importa.
Le inquadrature sono strette, prevalentemente primi o primissimi piani, ad evidenziare l’importante del volto, della recitazione.
Dialoghi quasi assenti, se non nella prima parte del film; per il resto abbiamo quasi solo monologhi, ma monologhi involontari, causati dal mutismo del proprio interlocutore, quasi un mutismo divino, dove la persona comune, in questo caso Alma, oltre a parlare deve immaginarsi pure le risposte e rispondere nuovamente a sua volta di conseguenza.
Il film sul doppio, con due protagoniste donne, sul loro scambio, sul loro rapporto, non solo professionale o d’amicizia, che ritroveremo poi in Mullholland drive (anche lì la protagonista è un’attrice).

Il sogno e la realtà si fondono, fin dalla prima scena, e niente e nessuno può spiegarci quando sia sogno e quando realtà, è tutto mescolato insieme,

Il film non va spiegato nè capito, va visto e goduto, nient’altro. I silenzi sono tanti, tutti utili, giusti al momento giusto, e davvero in quei momenti il regista ci spiega molto più.

Film metacinematografico, metateatrale, metavitale, metaonirico, metatutto.

 

 

le meravigliose zinne di jamie lee curtis

Trading Places (1983) di John Landis

jamie lee curtis boobs
La trama, suppongo sia superfluo riassumerla qui, non credo ci sia essere umano sulla terra, o perlomeno in italia, che non l’abbia visto. Ogni natale ce lo dobbiamo sorbire, ma devo dire che in 24 anni l’avrò visto una ventina di volte almeno, oltre all’ultima visione con IMA, e non è riuscito mai ad essere stucchevole o fastidioso, ma sempre perfetto, estremamente comico ed esilarantemente divertente: le battute arrivano, raramente, molto raramente ad essere anche stupide, ma mai volgari. La critica è al sistema economico come a quello politico è forte e violenta, seppur sapientemente mascherata. Alla fine i nostri eroi, pur ottenendo la loro vendetta e risultando simpatici per questo, devono delinquere per farlo, e i soldi non li danno in beneficienza o per creare un centro di recupero per senzatetto (situazione che entrambi i protagonisti hanno vissuto, quindi saprebbero cosa vuol dire) ma se ne vanno su un atollo a godersela.

I richiami alle altre pellicole landissiane sono lapalissiani: quando Winthorpe viene arrestato, il numero che riceve per la foto segnaletica è lo stesso che aveva Jake, il personaggio interpretato da John Belushi in The Blues Brothers (); il sopracitato “See you next wednesday”; lo scimmione interpretato qui da  Jim Belushi; lo stesso Eddie Murphy reincontrerà, 5 anni dopo, ne Il principe cerca moglie, Randolph e Mortimer costretti a vivere per strada. Il film fa ridere, ma fa anche riflettere, tempi comici perfetti, sempre e comunque: non fa sbellicare dalle risate, ma fa ridere continuamente, con le battute, le trovate, le scene azzeccatissime, niente è fuoriluogo, MAI.

Consacrazione di murphy a livello internazionale, che esce dal SNL e sfonda il grande schermo. Musiche sapientemente arrangiate da Elmer Bernstein. Perfetto in tutto, consigliato per qualsiasi occasione, un film tranquillo per una serata divertente ma non sguaiata. p.s. la foto qui è anche un omaggio a Landis e al suo See you next wednesday, anche se nessuno c’ha fatto caso…

lily of the valley...chi non ha visto capirà, chi ha visto non c'è bisogno di dirlo

Breaking bad (2008/2013) di Vince Gilligan

braking bad
io non dico niente, guardatelo, smettete di parlarne

nell'immagine qui sopra la "grande attrice" che non ha mai toccato una sigaretta in vita sua

The bling ring (2013) di Sofia Coppola

nell'immagine qui sopra la "grande attrice" che non ha mai toccato una sigaretta in vita sua

nell’immagine qui sopra la “grande attrice” che non ha mai toccato una sigaretta in vita sua


Quattro amichette fighette, più un amichetto dalla dubbia sessualità, che vanno a rapinare le case dei vips. Questa la trama, tratta da un articolo di vanity fair, che è un pò così (sarà la mia profonda avversione per i film “tratti da” qualsiasi cosa).

Mark, che forse sarà l’unico a crescere, ad avere comunque un’evoluzione da questa situazione accadutagli. Lui ha fatto tutto ciò per 800 richieste d’amicizia su facebook (lui stesso dice che è strano, che è criticabile come cosa, ma ne è comunque felice) insieme a questo si vede una scoperta della sua sessualità tramite questa esperienza, ed è l’unico a cambiare qualcosa nel proprio comportamento tra prima e dopo.

Le celebrità e la ricerca della stessa, elemento fondamentale della pellicola, come di ogni altra pellicola della Coppola, “ossessionata” dalle star, dalle celebrità, forse perché cresciuta in mezzo a esse, non riesce a fare una sola pellicola senza che esse siano il vero protagonista. Qui viene glissato tutto sulle case delle celebrità, ai loro enormi possedimenti, evidenziando però che le case sono vuote, senza tutte le feste e la gioia che si vede in tante altre pellicole, o in molti pseudo-servizi giornalistici. Nicki(Emma Watson) che è la più stronza di tutti, sfrutta tutto pur di ottenere un pò di fama (“si vanno lì a fare quelle cose lì per i poveri del mondo”) degna figlia di sua madre. Gli altri cercano solo di salvarsi il più possibile, ad eccezione di Chloe (Claire Alys Julien), che sembra rassegnata e consapevole a dover scontare per quello che ha fatto, anche se ha “solo” partecipato e non è stata una delle ideatrici. Su internet si trovano pareri contrastanti tra gli amanti della Coppola e i suoi detrattori (qui la recensione di Francesco Alò), oltre alla vera fine che hanno fatto i personaggi.

La grafica anni ’70, con colori accesi e sgargianti, e l’utilizzo abbondante delle riprese di circuiti di videosorveglianza e di camera a mano, infastidiscono, lo spettatore e, soprattutto, non contribuiscono in alcun modo alla narrazione della storia. La Coppola è incapace a girare male, avendo a casa il buon Francis, però questa pellicola non è riuscita a coinvolgermi, da nessun punto di vista, se non per quei tredici millisecondi di ralenti dove Nicki esce la lingua durante una serata in discoteca.

Per il resto, rimane un gran film della coppola.

Una domanda che mi son posto durante il film, ed è rimasta insoluta fino alla fine, è: MA CHI STRACAZZO E’ AUDRINA?!?!?!?

 


un frame...

Gravity (2013) di Alfonso Cuaròn

frame dal film gravity
Credo di essere l’unico a cui il film non sia piaciuto sulla faccia della terra; o meglio mi è piaciuto, però mi aspettavo qualcosa  in più, forse a causa delle eccessive aspettative che avevo nei confronti del film.

La storia è bella (è quella che avevo pensato io vedendo Apollo 13 di Howard): degli astronauti, colpiti da un’ondata di detriti, vengono feriti e rimangono con le strumentazioni danneggiate/limitate, devono riuscire a tornare sulla terra. Il vero nemico non è la natura, o l’assenza di gravità (come sostengono alcuni) ma è l’uomo, gli oggetti costruiti dall’uomo, la voglia dell’uomo di andare nello spazio.

Gli attori son tutti bravissimi, anche se potremmo dire “è bravissima”; ed è la prima volta che la Bullock fa vedere che sa recitare davvero (tutti gli altri suoi film mi sono piaciuti, ma dire che lei sa recitare bene mi sembra esagerato). La sceneggiatura (dello stesso Cuaròn) è un punto di forza, a parte alcune scene esageratamente melodrammatiche, e alcune al limite della perfezione (come la Bullock che “rinasce” dopo esser arrivata al modulo di salvataggio della ISS).

Il film ha una costruzione pro-Oscar:  dalle interviste rilasciate, dalle recensioni entusiastiche di qualsiasi sito, giornale o portale, passando pure per i vari recensori non ufficiali di youtube o blog vari. Sarà forse un’impressione mia sbagliata, lo scopriremo il 2 marzo 2014.

Alcuni dettagli sono “sbagliati”, seppur si notano poco all’interno della pellicola: 1. perché la stazione orbitante cinese non viene colpita dalla prima ondata di detriti? 2. come la fa Bullock ad avere i capelli perfettamente in forma nello spazio? 3. l’intimo della Bullock è irreale, ma validissimo all’interno della pellicola. 4. andateveli a leggere voi che son tanti. Un’altra cosa da appuntare la velocità con cui i corpi si allontanano qui un video della NASA dove una macchina fotografica ci mette 2 minuti solo per uscire dall’inquadratura.

Il film emoziona, e pure tanto: fa ridere, fa piangere, fa riflettere, spaventa, angoscia, fa venire la nausea; è un circo di emozioni generato dalle immagini, più che dalle parole, più dai “movimenti di macchina” che dalle inquadrature. Ovviamente ogni paragone con 2001 (letto e sentito molto da Venezia in poi) è solo una blasfema bestemmia cinematografica.

A parte “Il pigioniero di Azkaban” non ho visto niente di Cuaròn, e dovrò presto recuperare, perché comunque il ragazzo il suo lavoro lo sa fare, e pure bene [anche se c’è da dire che la post-produzione, durata più di 2 anni, in questo film la fa da padrone]. Il 3D poi mi è sembrato inutile, cioè sarà il mio odio profondo verso questa inutile tecnologia, ma non credo sia riuscito a darmi di più; il film è bello ed emozionante per quel che racconta e per come lo racconta, il 3D non credo possa dare di più.

La lettura filosofico/astrofisico/metafisica non sono riuscito a godermela, a comprenderla a pieno; la fusione tra western e spazio astrale non mi ha colpito particolarmente, non mi ha devastato l’anima dentro, seppur mi è piaciuto in ogni sua singola parte (anche se quella della Bullock che chiede al tizio cinese di far abbaiare il cane è forzatamente melodrammatica).

QUI una parte “mancante” del film, girata da Jonas Cuaròn, fratello di Alfonso.

Quando si vede la sicilia mi sono emozionato, e sono stato forse l’unico nella sala ad essersene accorto…


takeshi miike

Jûsan-nin no shikaku (2010) di Takeshi Miike

takeshi miike

Inizio forte, ma non violento ne truce, al contrario del resto del film, violento e truce, ma senza scadere nello splatter. Qualche risata il film la strappa, prevedibilmente, nella parte di “allenamento” dei tredici. In pratica è un film di mafia, con padrini, picciotti, e mariti e moglie che si usano per servire il capo in visita, che, ovviamente, né abusa, di fronte all’indifferenza di tutti quelli che gli stanno intorno. Una partita di roulette (non so quale sia il nome nella millenaria tradizione giapponese) una gheisha e la serata del perfetto samurai è servita. Ovviamente il tipo che può fare qualcosa, per  mantenere il proprio buon nome, demanda ad altri la ribellione necessaria. Assassini, agguati, assassinii, vendetta, potere, e il figone che arriva e uccide un paio di scagnozzi con un colpo solo, il tutto perfettamente inserito nella sceneggiatura. I morti sono tanti, la violenza pure, ma è tutto perfettamente inserito, come il figone qui sopra (il viale delle spade, organizzato in modo da non dover estrarre le spade dai corpi dei nemici uccisi è qualcosa di geniale).

Tutti portano un’acconciatura ridicola, ma forse fa parte del “costume”. Tanti dialoghi pieni di “fato”, “destino”, “onore”, “potere”, “arakiri” e tutti i cliché possibili sui samurai. Altro cliché è l’inizio della “missione”, rigorosamente sotto la pioggia.

Si passa dal discorso superserio, al samurai che ha appena ucciso 3 o 4 uomini con la spada che rimane terrorizzato da una sanguisuga sul collo. Un pò di danaro compra tutto: è una tematica che anche in oriente funziona.

La fotografia scura, anche nelle scene di giorno, a rimarcare la decadenza dei modi e dei costumi dell’epoca. Più che scura sembra quasi desaturata, come se fosse un bianco e nero appena appena colorato. La telecamera è prevalentemente fissa, minimi i movimenti. Primo film, visto (da me) di Miike, nè deluso nè esaltato, solo fortemente incuriosito a vedere gli altri: un gran bel involtini-primavera-eastern (non so chi a copiato chi, anche se credo “noi” occidentali siamo stati i primi, a copiare, s’intende).

LA frase è pronunciata da Kiga Koyata: “le risse dei samurai mi sembravano divertenti, invece mi annoiate, siete inutili, e diventate ancora più inutili quando siete in tanti”.

Combattono nel fango, coperti di sangue, una cosa che ultimamente, almeno io, ho visto poco al cinema. I combattimenti sono realistici (tranne per i tori/vacche coperti di fasci di legno in fiamme, che colpivano meglio di un cecchino) e le scene esagerate o irreali sono comunque godibili e ben inserite.

Il combattimento finale, semplicemente perfetto! (questo film mi ha fatto innamorare di Takeshi, e non quello del castello). Shimada è apparentemente l’unico vincitore, insieme agli altri, morti onorevolmente in battaglia; Takeshi vuole traghettare il giappone in una realtà contemporanea, dove il rispetto delle gerarchie, a-priroi, non è più IL modello.
Alcune inquadrature sono narrative come, e più, di un dialogo, e questo vale anche per moltissime scene violente, che non servono solo a farci vedere la capacità del regista a girare queste scene, ma ci vogliono comunicare le sensazioni e le emozioni. La sceneggiatura tutta intorno all’agguato, la prima parte è la preparazione, la seconda è l’attacco vero e proprio, tutto finalizzato a questo, la storia è semplice, quadrata, chiusa, ma non per questo banale o stupida

Bello, violento, epico, piacevole, ben fatto…la mia filmografia di Miike inizia col botto

videodrome

Videodrome (1983) di David Cronenberg

Cronenberg, 30 anni fa, raccontava la società di oggi, dove la televisione è la nuova realtà, e dove la realtà è meno della televisione. L’unica differenza con oggi è che oltre alla tv c’è internet (qui un articolo di ciclofrenia che chiarisce il mio pensiero a riguardo ).
Gli argomenti del film sono quelli ancora dibattuti nelle tv dei giorni nostri: sesso e violenza. E anche i problemi son sempre quelli: cosa è giusto mostrare e cosa è giusto nascondere. Se questo film fosse uscito l’anno dopo sarebbe stato perfetto (molti elementi rimandano all’opera orwelliana più famosa)!
Debora Harry, passando dai Blondie al cinema, dimostra di valere più della metà delle attrici della storia, però questa pellicola rimarrà una delle poche dove reciterà, purtroppo.
La chiesa catodica del dottor O’Blivion (nome geniale che ricorda qualcosa) è un pò la società di oggi, una società dove conta solo ciò che dice la tv, e dove conti qualcosa solo se finisci su una tv (anche se ora il concetto si sta allargando grazie a youtube e internet in generale ad uno schermo), e lo scopo è quello del Professore: tenere solo monologhi, il dialogo non conta più, bisogna comunicare, buttare via informazioni, non dialogare e scambiarle, ma solo darle agli altri, che poi ci fanno quel che vogliono, solitamente travisarle o decontestualizzarle. Tutta la politica del film è ispirata alle tesi del sociologo canadese Marshall McLuhan (il creatore del concetto di “villaggio globale”), di cui Cronenberg fu allievo. Alcune idee si capiscono, in maniera velata, nei dialoghi tra i personaggi; un esempio è Max che, durante il talk show, dice a Nicki: “Sa cosa direbbe Freud del suo abito?”, tutto quel dialogo è incentrato su Freud, ma è comunque godibile, e il discorso psicoanalitico è tra le righe, in mezzo al tentativo di Max di portarsi a letto Nicki.
I piani di realtà e non-realtà sono tanti,incomprensibili, a volte, durante la visione, ci chiediamo dove siamo, quale realtà stiamo vedendo (non come quel giochino nolaniano), soprattutto il finale, a mio avviso epico (“non come quel giochino nolaniano” cit.).
Trivia: quasi tutti i personaggi presenti nel film vengono presentati la prima volta attraverso uno schermo televisivi (giusto per far capire le doti e la perfezione della regia). 
La trama è lineare, seppur non semplice, ed è la perfetta dimostrazione che per fare buoni film non sia necessaria una trama contorta e intrecciata per fare bei film.
Il cancro al cervello, tema ricorrente nelle pellicole cronenberghiane (come deformazione/alterazione del nuovo genere umano), è qui visto non come un qualcosa di malvagio, ma solo come un’evoluzione, un passaggio, una miglioria per il genere umano verso la “nuova carne”.
Howard Shore per le musiche e Rich Baker per il trucco fanno il loro porco lavoro, e l’effetto, grazie ad entrambi, è di uno squilibrio mentale, un’inquietante sconvolgimento, dato si dal “gore” di Baker (spettacolare la morte del presidente della Spectacular Optical e tutte le trasformazioni di Max), ma dall’evoluzione dei personaggi, dalle situazioni nelle quali si vengono a trovare e dalle quali provano ad uscire.
Magistrali e da annali, le scene della pistola nella tv e della cassetta nello stomaco(un’altra vagina dalla quale “nasce” la nuova carne), ribrezzevolmente bellissime.